Lucio Libertini nella storia della sinistra italiana

Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Lucio Libertini

MERCOLEDI’ 1 GIUGNO, ORE 18

SEMINARIO TRASMESSO SULLA PAGINA FACEBOOK DELL’ARCHIVIO “ROBERTO MARINI” DI PISTOIA 

INTRODUCONO

Un rappresentante del Ministero della Cultura

Roberto Niccolai, Direttore dell’Archivio R. Marini

RELAZIONANO

Aldo Agosti sul contesto di riferimento

Sergio Dalmasso sul profilo e le opere

INTERVENGONO

Donatella Lino sulla formazione e le lotte sociali

Fabio Maria Ciuffini sull’impegno parlamentare

CONCLUDONO

Gabriella Pistone, Presidente Onorario del Comitato

Fausto Bertinotti, Presidente del Comitato

COORDINA

Giacomo Signorini, coordinatore del progetto

CATANIA, 1 GIUGNO 1922  ROMA, 7 AGOSTO 1993


Lucio LIBERTINI e la difficile ricerca di una sinistra “altra”

Lucio Libertini dall’estate 1990 coltivava il progetto dell’autobiografia politica “Lungo viaggio nella sinistra italiana”, vanificato per l’aggravarsi della malattia, e sintetizzando il filo rosso del proprio impegno nell’introduzione aveva scritto:

Una corrente di pensiero e azione serpeggia nella storia della sinistra italiana dal dopoguerra ad oggi, seppure in modo spesso confuso, travagliato, contraddittorio. E’ quella corrente di pensiero – alla quale mi collego – che ha cercato di orientare socialisti e comunisti verso una strategia e un sistema di valori diversi dallo stalinismo e dalla socialdemocrazia. Sotto il manto di una adesione tanto spesso acritica e piatta alle posizioni dogmatiche vi era un ribollire di passioni e drammi. Questa storia è ancora tutta da scrivere.”

L’intera vita di Libertini è dedicata a questo arduo impegno tra Scilla e Cariddi, e gli stessi frequenti cambi di formazione politica testimoniano questa tensione continua, ben lungi dalla banale accusa di essere un globe trotter della politica.

Se diceva di se stesso di essere stato molto più coerente di tante figure che mai hanno cambiato partito, per lo storico socialista Arfé:

Di pochi personaggi si osa dire come di lui che tutta la sua vita è intessuta di una coerenza mai incrinata in circa mezzo secolo di lotte che lo hanno visto sempre in prima fila, sfidando più volte qualcosa di assai peggiore che la impopolarità, l’incomprensione dei compagni. E il filo lungo il quale la sua esperienza si è svolta è stato quello di una concezione autonomistica e libertaria del socialismo a lui congeniale al punto che non ha mai avuto bisogno di irrigidirsi in formule dottrinali, ma che era sempre presente a ispirarlo, a dargli i criteri coi quali interpretare i fatti e a suggerirgli la via da battere nell’azione politica.”

Libertini è quindi figura di indubbio spessore etico e politico, non da mitizzare ma paradigmatica del faticoso impegno di operare per “altro” (nel suo caso “da Sinistra”) rispetto a posizioni spesso maggioritarie solo per il prevalere di atteggiamenti dogmatici o conformisti se non opportunisti e trasformisti.

Un progetto “celebrativo” non è una lettura apologetica ed acritica, ma nel caso di Libertini vanno messe in luce, analizzate e diffuse la coerenza ideale dimostrata in tutto il percorso politico, e l’atipicità ed anticipazione di tante posizioni, sempre lontane da rigide scelte di campo.

La necessità di uscire “a sinistra” dallo stalinismo, la lettura critica della realtà jugoslava o della prospettiva cinese, il dissenso verso l’URSS, non si sono mai ancorate ad “eresie” estremistiche che considerava altre camicie di forza.

La ricerca di una strategia nazionale alternativa è lineare sin da ‘Iniziativa Socialista’, convinto che una sinistra può avere un ruolo solo superando la subordinazione verso socialdemocrazia e stalinismo ed elaborando una via autonoma.

Nella collaborazione con Panzieri in ‘Mondo operaio’ e nelle “Sette tesi” anticipa elementi centrali nel dibattito sulle tendenze del capitalismo italiano e della conseguente strategia del movimento operaio e delle sue espressioni politiche, chiedendo alla sinistra tutta un cambio di passo attento alle rivendicazioni dei movimenti giovanili ed alle suggestioni “terzomondiste”.

E poi l’impegno nelle riviste come nel “gorgo” delle concrete battaglie quotidiane, con posizioni ancora di sorprendente attualità che faticarono ad affermarsi anche nel PCI e ne forgiarono le doti di “dirigente”.

Sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nelle iniziative organizzate dal Comitato Nazionale per la celebrazione del Centenario nel 2022 della sua nascita: iniziative con cui si ripercorretà la complessa esperienza di Libertini per esaminare sia un “altro modo” di intendere e fare politica, che l’intera storia della Sinistra italiana nella seconda metà del XX secolo ed il contributo da essa dato – nelle sue varie espressioni e con molteplici limiti – allo sviluppo sociale e civile e non solo su scala nazionale, verificando anche l’eventuale attualità di analisi, proposte e figure.

Lucio Libertini nella storia della sinistra italiana

Lucio Libertini nasce a Catania il 1° giugno 1922, con avi baroni e senatori.

Iscritto a Roma alla facoltà di scienze politiche, inizia ad impegnarsi nell’azione politica militando nel moderato Partito Democratico del Lavoro di Bonomi e Ruini.

Nel 1946 è membro (già critico) della Federazione giovanile del PSIUP, nella corrente “Iniziativa Socialista”.

Alla scissione del PSIUP, nel gennaio 1947, IS si schiera col PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi PSDI).

Libertini ne esce nella primavera 1952 dissentendo dalla scelta neocentrista di Saragat, ma non rientra nel PSI e non segue il “quartinternazionalista” Maitan: schierato per un socialismo non socialdemocratico ma critico di stalinismo e settarismo, aderisce all’eperienza dei “magnacucchi” (come definita sprezzantemente dagli ex compagni del PCI), promossa da Magnani e Cucchi a seguito della rottura tra la Jugoslavia di Tito e l’URSS di Stalin.

Costituitosi nel 1951 il Movimento dei Lavoratori Italiani (MLI), poi divenuto Unione Socialista Indipendente (USI), Libertini ne dirige ‘Risorgimento Socialista’ dal 1954, occupandosi in primis di questioni internazionali.

L’USI alle elezioni del 1953 non raggiunge l’1% ma contribuisce a sconfiggere la “legge truffa”.

Libertini guarda con favore alla destalinizzazione avviata da Kruscev al XX Congresso del PCUS, ma l’avvicinamento al PCI viene bloccato dai “fatti ungheresi” del 1956.

Nel marzo 1957 l’USI si scioglie e Libertini confluisce nel PSI, trovandosi di nuovo in minoranza perché contrario allo spostamento verso l’alleanza con la DC sfociata nel 1963 nei governi di centro-sinistra.

Con Raniero Panzieri elabora le “Tesi sul controllo operaio”, pubblicate su ‘Mondo Operaio’ nel febbraio 1958 per rilanciare una strategia basata su un ruolo più diretto e non subalterno della classe operaia.

Panzieri lascia rivista e PSI nel 1959 per fondare ‘Quaderni Rossi’: Libertini ritiene che l’azione politica può avvenire solo tramite un partito, e segue chi come Vecchietti nel gennaio 1964 rompe con Nenni e Lombardi e dà vita al “risorto” PSIUP.

Libertini svolge attraverso ‘Mondo Nuovo’ una importante attività giornalistica.

Il partito intercetta nuovi fermenti poi confluiti nei movimenti di protesta del 1968 (giovanile e studentesco) e del 1969 (operaio), ma si apre un conflitto tra la componente “morandiana” più istituzionale, e le nuove leve più aperte alle forme di conflittualità sociale “dal basso”: Libertini si colloca più vicino a queste, pur non condividendone le spinte estremistiche.

Il PSIUP ottiene il 4,5% alle elezioni del 1968 – e Libertini entra in Parlamento -, ma non riesce a consolidare i consensi (Arfè lo definirà un “partito provvisorio”), indebolito dall’atteggiamento ambiguo assunto sull’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto 1968: Libertini “apre” ad un maggiore dialogo col PCI per la sua difesa dell’esperienza di rinnovamento socialista di Dubcek.

Nelle elezioni del 1972 il PSIUP scende sotto il 2%: la maggioranza del gruppo dirigente a luglio decide la confluenza nel PCI, ma consistenti minoranze si volgono al PSI o (il 24%, con Foa, Miniati e Dante Rossi) si schierano per mantenere in vita un pur “Nuovo” PSIUP, che confluirà con ‘Alternativa Socialista’ (proveniente da MPL) nel PDUP.

Libertini entra nel PCI, nonostante le resistenze ad accoglierne l’adesione: Gruppi su ‘Rinascita’ chiede quali ragioni lo muovano, viste le tesi critiche sempre sostenute verso il partito, e lui risponde mantenendo la coerenza di fondo delle proprie idee, pur rivedendo autocriticamente alcune punte eccessivamente polemiche.

Nel PCI Libertini assume ruoli istituzionali di rilievo, difendendo la politica di alternativa di Berlinguer dopo il fallimento della solidarietà nazionale.

A Torino si occupa della “politica della Fiat”, e centrali nella sua attività sono questioni specifiche come trasporti, lavori pubblici, (tele)comunicazioni, casa, abusivismo e dissesti del territorio.

Quando Occhetto dopo il crollo del Muro (novembre 1989) propone il cambio “del nome e della cosa”, Libertini si schiera senza esitazioni con il fronte del “no” (mozione 2), ed alla trasformazione del PCI in PDS (febbraio 1991) è tra i padri fondatoriri del Movimento per la Rifondazione Comunista.

Polemizza con Ingrao sulla possibilità di rimanere “nascosti nel gorgo” di un partito “non più comunista e a tratti anticomunista”, e nell’aspro conflitto in Rifondazione (“Partito” da dicembre) tra Garavini e Cossutta, è alleato col secondo, preoccupato che il partito non restasse invischiato nelle polemiche interne, ma riprendesse capacità di iniziativa politica e sociale.

Colpito da male incurabile, muore a Roma il 7 agosto 1993 a 71 anni.

Autore di una ricca serie di saggi e pubblicazioni, è stato deputato – sempre eletto in collegi piemontesi – nelle legislature V (col PSIUP) e VII (col PCI), e senatore nelle VIII, IX, X (col PCI) e XI (col PRC).


Il ricordo di Fausto Bertinotti

Ricordare Lucio Libertini nel centenario della nascita è non solo doveroso ma, in questi tempi, utile e giusto. Sono tempi bui e difficili quelli che viviamo. Il fallimento della politica ha visto l’insorgere della guerra nel cuore dell’Europa a segnare il suo ultimo fallimento. C’è stato chi, un grande filosofo come Walter Benjamin, ha proposto il “balzo di tigre”. Si tratta di tornare radicalmente a movimenti, soggetti sociali e politici e personalità che possano aiutare a compiere il salto in avanti per riacchiappare quel futuro che sembra sfuggirci di mano. Ripensare un dirigente del movimento operaio come Lucio Libertini è un’occasione. Ci saranno tempi e modi per ricordare il suo pensiero, la sua ricerca, la sua azione politica. Vale, anche per lui, la definizione togliattiana del “totus politicus”: una vita spesa nell’impegno e nella lotta. Lucio Libertini ha militato nei partiti della sinistra, dal Partito Socialista al PSIUP, dal Partito Comunista Italiano a Rifondazione Comunista ma sempre da una parte sola, dalla parte del movimento operaio. Negli anni ‘60 e ‘70 che sono stati in Italia l’espressione più alta della lotta di classe e più plausibile è stata l’attualità della rivoluzione e del socialismo, Libertini è stato protagonista di una ricerca straordinaria. Gli sono stati compagne e compagni le storie di donne e uomini impegnati nella ripresa di una ricerca per la trasformazione della società per rivivere le esperienze dei nuovi soggetti sociali e culturali che erano emersi sulla scena imponendo il cambiamento. Tra i tanti lavori si possono almeno ricordare le “Sette tesi sul controllo operaio” scritte insieme a Raniero Panzieri e le “Dieci tesi sul partito di classe”. Nella lotta che riemergeva forte e radicale si esploravano le prospettive di un nuovo corso. Poi sono venute altre stagioni fino a quelle di governo in territori importanti del Paese, ma forse, su tutto, proprio oggi vale la pena di ricordare, in Lucio Libertini, una vita spesa per una causa, una causa che non finirà mai, quella per la liberazione dell’uomo dallo sfruttamento e dall’alienazione.

Fausto Bertinotti